Un Arcivescovo che veniva dall’Emilia

Un Arcivescovo che veniva  dall’Emilia.

il Cardinale Carlo Andrea Ferrari nel centenario della morte

 

Milano, Regno d’Italia, inizio del XX secolo. 

“Milano, la “capitale morale”, la città pilota per l’intero paese, il centro moderno e dinamico per eccellenza.

Milano sede della Chiesa ambrosiana dove la preoccupazione caritativa e assistenziale “ha sempre rappresentato una componente fondamentale della sua azione pastorale”[1].

Milano è la Città che viene “letteralmente invasa”, dopo Caporetto da migliaia di profughi venuti dal Veneto e dal Friuli. “Quelle lunghe strisce di scialli neri che da piazza del Duomo si delineavano come grandi righe di lutto per piazza Fontana e che piano piano andavano a finire nel palazzo del Cardinale […]”[2].

Il Cardinale è Carlo Andrea Ferrari[3].

Nato il 13 agosto 1850, è stato, a quarant’anni non compiuti, vescovo di Guastalla, poi vescovo di Como e infine arcivescovo di Milano (il Cardinale entrò nel capoluogo lombardo il 3 novembre 1894).

E’ nel suo palazzo che sono accolti i profughi dopo la disfatta di Caporetto, avvenuta nell’ottobre del 1917.

La posizione del Cardinal Ferrari sul conflitto mondiale fu molto chiara. Dopo aver reclamato un’esigenza di pace all’inizio, durante la guerra tenne un atteggiamento patriottico, invitando alla difesa della patria[4]. E, subito dopo il termine della prima guerra mondiale, cercò immediatamente la collaborazione del clero affinché aiutasse la popolazione visto che gli effetti della prima guerra mondiale erano stati disastrosi nel capoluogo  lombardo come in tutte le altre città.

“Non esiste un settore di cui il Cardinal Ferrari non si sia occupato: la stampa, la scuola, l’insegnamento della religione, le opere caritative, le nuove vie della missione, le condizioni della classe operaia, l’emigrazione…Preoccupato di conservare cristiano il suo popolo cercò risposte nuove e significative ai problemi della società moderna, aprendosi con coraggio a tutte le istanze della società”[5].

“Qual parroco o sacerdote – scriveva già il Cardinale nel 1902 – potrà più dire: mi basta di rimanermene in chiesa e là predicare e ammaestrare? Sì, potrà far certamente molto in chiesa il sacerdote zelante, ma quando la chiesa sarà deserta a chi potrà predicare?

Con queste domande il Cardinale intima ai sacerdoti della Diocesi di essere missionari. Di andare nelle strade, anche per ristabilire l’autorevolezza del clero”[6].

“L’emiliano Ferrari aveva di certo saputo conquistare i milanesi: non autoctono, non aristocratico, non raffinato studioso, ma profondamente pastore, era riuscito col suo lungo Episcopato a diradare le ombre che da un cinquantennio dividevano i cuori, riconciliando religione e patria. Di più: all’avanzare della questione sociale che, con l’industrializzazione, aveva sconvolto equilibri millenari, aveva risposto con una singolare apertura intellettuale e propositiva. Alle masse che si affacciavano sulla ribalta della Storia offriva non alchimie elettorali, non la riorganizzazione del consenso, disposta all’uso della forza nei conflitti fra i ceti e le classi, ma un ripensamento dell’intera compagine sociale e la ricostruzione della classe dirigente, basata sul merito e la professionalità.”[7]

“Ciò che stupisce del Cardinal Ferrari – secondo la concorde deposizione dei testimoni oculari – è la misura che seppe sempre difendere tra vita di preghiera e vita d’azione. I più, al suo posto, avrebbero finito col sacrificare o l’azione alla preghiera o la preghiera all’azione”.[8]

“D’ammalarmi non ho tempo, non ho voglia” scrive il Cardinale nel suo taccuino personale ma in realtà già nell’aprile del 1918[9] appaiono i primi sintomi del male alla gola che lo porterà alla morte meno di tre anni dopo, il 2 febbraio 1921, e dopo un dolorosissimo calvario che comprende 13 operazioni chirurgiche[10].

“Voglio cadere sul campo. Preferisco questa morte a quella di chi si spegne sotto la tenda”. Così rispondeva Andrea Ferrari a chi lo supplicava di riposarsi quando “la malattia si avvicinò a lui minacciosa”[11].

La malattia comunque non  impedisce al Cardinal Ferrari di tracciare e lasciare le linee che saranno poi alla base dell’Università Cattolica, della Comunità (poi Compagnia) di San Paolo e della Casa del Popolo che dopo la sua morte sarà chiamata “Opera Cardinal Ferrari” (“L’Opera non si intitolava allora al grande Cardinale. La sua modestia non l’avrebbe permesso: le si era dato un altro nome: Istituto Popolare”)[12].

Occuparsi degli ultimi. Degli emarginati. Salvaguardandone la dimensione umana, “inserendosi attivamente nel moto inarrestabile della Storia, senza sterili nostalgie”[13].

E’ questo il compito affidato ad un piccolo gruppo di uomini che si era raccolto intorno al letto del Cardinale per prenderne in consegna l’Eredità che comprendeva il progetto, dalle linee non ancora compiute, di una “Casa del Popolo” che doveva essere il punto di riferimento di un vasto complesso di assistenza sociale[14].

“Il Cardinal Ferrari aveva compreso che per cooperare efficacemente alla ricristianizzazione d’Italia occorrevano due grandi fattori: riconquistare il predominio della cultura per ispirare cristianamente tutte le manifestazioni della vita nazionale; salvare il popolo con opere moderne di assistenza”[15].

“Noi non dobbiamo che essere dei missionari. La forma della nostra predicazione conta poco; il nostro ingegno, la nostra arte contano poco. Quanto più modesti noi siamo e quanto più sappiamo dimenticare noi stessi, tanto meglio è, perché la parola che portiamo al popolo, basta per se stessa, opera per se stessa, fruttifica per se stessa, purché la viviamo in mezzo al popolo con carità”. E’ ancora il Cardinal Ferrari che parla, così come riportato dal duca Tommaso Gallarati Scotti.[16]

Un Cardinale che aveva una idea chiara del concetto di “democrazia”: “La vera democrazia non consiste nell’abbassare chi sta in alto, ma nell’innalzare chi sta in basso”[17].

“Nessuno di noi – scriveva all’indomani del 2 febbraio 1921 il giornalista del Corriere della Sera  Renato Simoni – è in grado di presagire oggi le ripercussioni spirituali che questa morte avrà in Lombardia e fuori”.[18]

“Domani 2 febbraio, ricorrerà il ventennio della morte di Andrea Ferrari, Cardinale di Milano. Egli lasciò orma così profonda ed ebbe popolarità così larga che può sembrare superfluo ricordarlo specialmente nel giornale della città dove l’opera e i meriti suoi sono tuttora presenti nella memoria di tutti.

[…] La morte del Cardinale addolorò sinceramente Milano. Andrea Ferrari veniva dal popolo […] e aveva conservato sempre le chiavi del cuore popolare. Sapeva come si parla alla gente insigne e come alla gente modesta: si faceva intendere dai dotti e dagli ignoranti. […].”[19]. Nonostante il tempo di guerra, siamo nel febbraio del 1941, la figura del Cardinal non viene affatto dimenticata.

Così come oggi. A cento anni dalla morte.

 

(tratto da “Anche Gesù era un Carissimo. Una Storia dell’Opera Cardinal Ferrari” di Massimiliano Fratter)

 

[1]         Cfr. “Carità e Assistenza nella Chiesa Ambrosiana”, Angelo Majo, Ned edizioni, 1986, Milano, pag. 7 e seguenti.

[2]         Cfr. “La Malattia del card. Ferrari e la Milano degli anni Venti” di Gaetano Caracciolo ne “Il Piccolo” del gennaio-febbraio 2002.

[3]        Sul Cardinale Andrea Ferrari molto ampia è la bibliografia. Si citano, a mero titolo di esempio, “Il Cardinal Andrea Ferrari – Arcivescovo di Milano” di Giovanni Battista Penco, Istituto Propaganda Libraria – Milano 1987, “Non si è spenta la sua voce – profilo del cardinale ANDREA FERRARI -” di Paolo Liggeri, Istituto Propaganda Libraria – Milano 1987 e “Così visse ed insegnò il Cardinal Ferrari” di M.D. Capozzi, Istituto di Propaganda Libraria – Milano 1951 -.

[4]        Cfr. “La Fede e le Opere – La figura del cristiano nella pastorale del Cardinal Ferrari e nella Compagnia di San Paolo” di Gaetano Caracciolo, Istituto Propaganda Libraria, Milano 1994, pag. 67.

[5]         Cfr. “La Fede e le Opere  cit., pag. 45.

[6]         Cfr. “I lamenti del Cardinale Arcivescovo” in “Corriere della Sera” del 29 gennaio 1902. La medesima tesi viene riportata anche nella citata biografia  “Il Cardinal Andrea Ferrari – Arcivescovo di Milano” di Giovanni Battista Penco.   

[7]         Cfr. “Alla ricerca del Regno – Il cattolicesimo ambrosiano nel periodo fascista” di Giorgio Rumi in “Perché la storia – itinerari di ricerca (1963-2006), Edizioni universitarie di Lettere, Economia, Diritto – Milano 2009 -.

[8]        Cfr. “Parliamo del Cardinal Ferrari” – Fabbretti, Cristini, Santucci -, Edizioni associazione Card. Ferrari, Milano, 1963, pagg. 20 e 21.

[9]        Cfr. “La malattia del card. Ferrari e la Milano degli anni Venti” di Gaetano Caracciolo ne “Il Piccolo” del gennaio/febbraio 2002.

[10]   Cfr. Don Giovanni Rossi ne “L’Opera” dell’aprile 1923.

[11]   Cfr. ne “Il Piccolo” del gennaio/febbraio 1987 la riproposizione del discorso commemorativo proposto da Mons. Francesco Olginati nel Duomo di Milano il 4 febbraio 1951.

[12]   Cfr. Don Giovanni Rossi ne “L’Opera” dell’aprile 1923. Cit.

[13]   Ivi

[14]   Ivi. Nello stesso articolo si fa notare che mai si incontrerà il termine “benificenza”, ma si insisterà sempre sull’espressione di “assistenza sociale”.

[15]   Cfr. “Il Piccolo” di agosto-settembre 1980.

[16]   “Il Cardinal Andrea Ferrari – Arcivescovo di Milano” di Giovanni Battista Penco, cit., pag. 103. Su questo aspetto vedasi anche Angelo Majo in “Carità e Assistenza nella Chiesa Ambrosiana”  pag. 63.

[17]     Cfr. ne “Il Piccolo” del gennaio/febbraio 1987 la riproposizione del discorso commemorativo proposto da Mons. Francesco Olginati nel Duomo di Milano il 4 febbraio 1951. Cit.

[18]   Cfr. l’inciso di Renato Simoni riportato nel numero del “Piccolo” del marzo/aprile/maggio 1987.

[19]   Cfr. “Corriere della Sera” del 1-2 febbraio 1941.

 

 

 

Massimiliano Fratter - Anche Gesù era un Carissimo

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