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Scarp de’tenis – Il Giocatore: la vita spericolata di Domenico

30 Luglio 2026 | Ultimi aggiornamenti

È in strada l’ultimo numero di Scarp de’ tenis, con la copertina dedicata al Carissimo Domenico e l’editoriale del nostro presidente Luciano Gualzetti.

Eravamo convinti che il lavoro fosse l’antidoto all’esclusione sociale.

Parlando di lavoro povero, c’è un dato che dovrebbe farci smettere di parlare di eccezioni. In questa estate 2026, oltre il 70% dei lavoratori dipendenti nel turismo guadagna meno di 14.800 euro lordi all’anno. E, più in generale, quasi un occupato su due nel terziario – il 47,5%, secondo un’analisi della Filcams Cgil – rientra ormai nella categoria dei working poor, persone che hanno un impiego, spesso a tempo indeterminato, ma restano povere. Per anni ci siamo convinti che il lavoro fosse il principale antidoto all’esclusione sociale. Un tempo in cui rappresentava la vera protezione e la via d’uscita dalla povertà. Oggi non è più così. Non basta avere un contratto per costruire un progetto di vita, mettere al mondo un figlio, chiedere un mutuo o semplicemente far fronte alle spese ordinarie con serenità. Sempre più spesso si può avere un lavoro da dipendente, uno stipendio, persino lavorare a tempo pieno e non riuscire comunque ad arrivare alla fine del mese.
Luciano Gualzetti
Luciano Gualzetti, presidente di Opera Cardinal Ferrari.
Anche i dati del Rapporto 2026 di Caritas Italiana confermano questa tendenza: il lavoro non costituisce più uno scudo contro l’indigenza. Tra le persone accolte dai centri di ascolto, una persona su tre ha un lavoro (il 31,7% nella fascia tra i 35 e i 44 anni e il 31% tra i 45 e i 54 anni). Dieci anni fa il fenomeno riguardava poco più del 13% delle persone sostenute dalla rete Caritas. Oggi interessa quasi un lavoratore su tre.
È una fotografia del Paese che dovrebbe interrogare tutti. Se un impiego non permette di vivere con autonomia, non consente di affrontare un imprevisto o di progettare una famiglia, qualcosa si è incrinato nel patto sociale che tiene insieme il Paese. Non possiamo rassegnarci all’idea che la povertà, oggi, possa avere i tratti del volto di una donna e di un uomo che vanno al lavoro ogni mattina e, la sera, quando tornanoa casa, sanno di non aver guadagnato abbastanza per vivere con dignità.

Domenico. Demoni e rimpianti di un baffo sorridente

A 76 anni, è il factotum della Cardinal Ferrari, a Milano. Dopo essere stato garzone di panetteria, agente dei servizi segreti, operaio… E soprattutto bevitore e giocatore d’azzardo. Sino a finire sulla panchina di un parco. E trovare la forza di rialzarsi

Chiacchierone. Simpatico. Impunito. Spericolato. Specialista in andate e ritorni, uscite e rientri, cadute e risalite. Nativa e persistente inflessione brianzola, spirito e biografia nomadi. Che fossero lavori, traffici border line, ristoranti, cocktail, donne, casinò: vedi un fiore, ti ci posi, succhi il nettare, spicchi il volo. Senza prudenze accumulatrici o costruttrici. Non certo ape, molto più cicala.
Finché è durata, la vita giovane, è stata anche una bella vita, di sicuro movimentata. Scavata da un paio di tarli, però: alcol e gioco, gioco e alcol. Insistenti, avvitati l’uno all’altro. Destinati a riempire vuoti sempre più profondi, sempre più ingovernabili. Fino a trovarsi domiciliato, dopo aver girato mezzo mondo, sulla panchina di un giardino pubblico. E finire tre volte all’ospedale. Per poi naturalmente ripigliarsi: «Il mio carattere non me lo posso cambiare. Ma ho imparato a gestirlo». È successo intorno ai settant’anni. Prima, una lunga storia. Persino avventurosa, volendo.

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